Ode a Nonna Elda.

Oggi a Forum la signora Era (che così si chiama, a Bracconeri e socio ci è voluta una decina di minuti per comprenderlo), festeggiava 100 anni. Gran festa, pubblico in piedi, 92 minuti di applausi, di fantozziana memoria. La signora sorridente e serena, che per avere un secolo se lo portava davvero alla grande. E a me questa cosa piace, nel senso che vivere così tanto vuol dire aver conosciuto tanta vita.  Ma noi italiani siamo esageratamente celebrativi nei confronti delle lunghe vite, lasciatemelo dire. Siamo un popolo attaccato in maniera ossessiva al passato, a ciò che stato, a quello che dura quasi in eterno (anche se poi facciamo crollare monumenti secolari, perché per noi è molto più importante l’ostentazione e l’immagine che altro). L’apparenza, sì. Siamo un popolo che dura, un popolo sano, forte. Ma da qua a bearcene, ce ne corre. Non voglio fare della demagogia. Ma sono infastidito dai complimenti alla vecchiaia. Un Jerry Scotti che saluta in trasmissione “nonna Elda”, che ha compiuto 2300 anni e le dice “Complimenti!”, a me sembra una presa di culo, scusate. A parte che sono i parenti a scrivere a lui, perché magari nonna Elda è affetta da qualche malattia che non le consente di riconoscere neanche i propri cari, oppure non è così contenta di essere così anziana, con tutto quel che ne viene…ma poi: complimenti di cosa? Mica la signora si è impegnata ad arrivare alla sua veneranda età, è successo. Solo che deve essere osannata questa condizione di duratura esistenza a tutti i costi. Scusate ancora, non lo capisco proprio.

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Il foglietto magico.

La sera del 31 ho fatto un esercizio catartico. Ho preso un foglio, l’ho diviso in due e con la classica matita rossa e blu ho scritto da una parte “Cose che butto via”, e dall’altra “Cose che tengo per il 2012″. Poi ho diviso le due parti, conservata quella con le cose che mi possono essere utili e bruciata l’altra, allo scoccare della mezzanotte. Esercizio di catarsi psicologica, più che di reale liberazione dai fardelli. Che sono stati davvero tanti, e nella lista superavano di gran lunga le cose che mi sarei portato appresso. Direi che sia una cosa abbastanza normale, perchè quel che lasci (soprattutto in un anno come quello che ho passato io) è di gran lunga più numeroso di quello che di buono puoi estrarre. Poi ho pensato che nel 2012 dovevo portarci me stesso e solo quello, perché è da là che tutto riparte. Dal lato delle schifezze ci sono anzitutto abitudini ed atteggiamenti che devo imparare a limare, ma sicuramente una sfilza di nomi, nomi propri di persone fisiche, che mi hanno sinceramente stufato. Perché con la loro incredibile dabbenaggine, il loro interesse mascherato da simpatia, la voglia di riversare addosso a me le proprie insicurezze, questo 2011 me lo hanno fatto andare proprio di traverso. Ecco, comincio augurando a questa gente che gli vada di traverso tutto il prossimo anno e anche i prossimi dieci. Perché basta essere buoni e gentili a tutti i costi. Io non intendo più essere al servizio di persone e cause, non intendo idealizzare né santificare loschi individui che non se lo meritano proprio. Bando anche alle ciance. Parlerò molto poco, dirò solo l’essenziale e se qualcuno non capirà, sarò io a decidere se valga la pena rispiegare (il più delle volte non rispiegherò proprio un bel niente). E soprattutto, basta essere sempre io quello che cerca, si muove, fa la prima mossa. Ma col cazzo. L’indirizzo mio lo conoscono tutti, se qualche vecchia o meno vecchia conoscenza necessita di consulenza, sa dove trovarmi (anche questo sarà sottoposto ad un esame accurato). Per il resto, visto che è realmente così, riparto da zero. Conoscenze, lavoro, vita privata. Fase due. La Fase uno la dovevo archiviare già mesi fa, ma sono stato poco furbo, poco umile e poco disposto all’ascolto. Tre cose che sono andate in cenere col fogliettino. C’è sempre tempo per rimediare.

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Anno nuovo, stessa vita.

Fidatevi, ve lo dico io. Il titolo non ha niente a che vedere con visioni pessimistiche dell’esistenza. Anzi! E’ un augurio sincero che l’anno nuovo vi porti la stessa vita che state vivendo adesso. Chiaramente a patto di rispettare alcune condizioni. Per esempio che la solita vita, sia la vita che avete scelto di vivere, quindi non c’è motivo di volerne una nuova. E per chi, come me, fosse ancora un po’ alla ricerca di alcuni tasselli dell’enorme puzzle che tutti quanti siamo chiamati a costruire, beh…è l’occasione giusta. Per dirsi tante cose, per trovare anche il coraggio di dirle agli altri, senza temerne le reazioni o di finire in una faida in stile Hamas. Insomma, per essere se stessi attraverso pensieri, parole ed azioni concrete. Stessa vita vuol dire non buttarsi via del tutto, recuperare quel buono che pensiamo ci sia dentro di noi e usarlo per vivere al meglio tutte le prospettive e le sfide. Quindi, semplicemente, buon anno.

Categories: Coraggio, Famiglia, Racconti | 4 commenti

Fitter, Happier.

Metto alla vostra attenzione un pezzo che forse non molti conoscono. Chi sa l’inglese faccia un po’ di Karaoke e legga il testo che è contenuto nelle immagini del video. Io trovo struggente, questa canzone. Racconta  quali siano le cose importanti per noi in questa epoca complessa. La cosa grave è che niente di ciò sembrerebbe così importante, anzi. E’ un vuoto cosmico, il bianco dello sfondo credo significhi proprio questo. Bisognerebbe riuscire ad uscire dal foglio, ogni tanto.

Categories: Animazione, Civilità, musica | 1 commento

Io come me.

Fra poco il mio blog compirà tre anni. Insieme abbiamo discusso di tante cose, mi avete lasciato le vostre impressioni su quel che scrivevo, sulle vostre esperienze personali, avete parlato insieme a me di come affrontate la vita nelle situazioni quotidiane.Spesso vi ho parlato di me, di quello che faccio, di come lo faccio. Mi sono però accorto di non avervi mai detto chi sono. Eh già, perché quella rimane comunque la parte più difficile. Ci si lascia andare difficilmente a descrizioni dettagliate di se stessi, per i più svariati motivi, il primo fra i quali è il fatto che abbiamo paura che qualcuno possa approfittarsi di noi, infilarsi nei meandri molto personali della propria emotività e tagliare con il coltello grosse parti di noi, lasciandoci a brandelli. Questo ha poco o niente a che vedere con la privacy, che è un concetto artificiale ed industriale, coniato per definire uno stato di protezione di tutta una serie di dati sensibili di una persona fisica, che potrebbero essere indebitamente riciclati o riutilizzati con fini non coerenti con quello della semplice informazione. No, la privacy, quando si scrive su di un blog, è un concetto obsoleto, privo di una sostanza giustificativa di se stessa. E’ come appendere i panni ad asciugare sul terrazzo. Il fatto che una vicina sappia che ho degli slip rosa e celesti ha poco a che vedere con la mia vita pratica, ma di certo informa qualcuno su di un qualcosa di non sempre visibile, che nel caso specifico è per l’appunto un “intimo”. Il mio blog non ha privacy, non ha filtri, proprio per questo. C’è nome e cognome, c’è un inidrizzo fisico e di rete, c’è la mia foto. Perchè è una questione di coerenza. Il blog sono io e io sono quel che scrivo, anche quando racconto favole. A me, gli autori con gli alias hanno sempre un po’ lasciato strano, anche in letteratura. Li chiamano “nomi d’arte”. Non vedo dove sia la motivazione di utilizzarli, non vedo altresì l’arte del termine. Non è privato, nel senso classico del termine. E’ una risorsa universalmente accessibile da chi abbia una connessione internet. E’ privato nei contenuti, in quanto inquadra parti di me che non sarebbero coglibili da una foto, o da altri elementi, appunto, soggetti alla protezione della privacy. E’ privato, in quanto intimo, o meglio, interiore. Vi racconto di me attraverso i più disparati metodi, anche quando descrivo un quadro che mi piace o commento un fatto di politica o di costume che mi ha particolarmente colpito. Insomma sono io. Ma fino a che punto vi ho detto chi sono? Vedete, in questo Natale che non sembra Natale, in questa atmosfera tirata per l’Italia, in una situazione nella quale noi tutti riconosciamo che qualcosa debba cambiare, per noi, per gli altri, la trasparenza e l’onestà sono importanti. Io credo che la mia fragilità, la mia estrema (ed è un problema) sensibilità, la mia incapacità di arrabbiarmi quando dovrei e di far valere le mie ragioni, la mia bontà nell’avere una fiducia spassionata negli altri, anche quando sai che non dovresti fidarti, beh…credo che tutto questo si percepisca in maniera forte da quel che scrivo. Sono fragile in questo momento, sono in via di ennesima ricostruzione. Credo che in 30 anni questa sia la quarta volta, più o meno. Ho dato a quei momenti un numero esatto, proprio perché le occasioni nelle quali si deve ricominciare un po’ dall’inizio (o da dove ci si era persi) sono fortemente percepibili. Te lo dice la mente, te lo dice il corpo, con prepotenza. La cosa positiva è che più che vai avanti con l’età, più ci ridi su, sulle cose brutte o antipatiche che ti riguardano. La cosa negativa è che tornano e pensavi di essertele lasciate alle spalle anni fa. In realtà, sono frutto di un mix letale: una emotività imbarazzante e una scarsa capacità di autoironizzare. Come se quello che c’è dentro fosse il fine ultimo del mondo e la ragione di vita anche di coloro che ti stanno intorno. In realtà, che ci pensi o meno, la vita va avanti, tutti i giorni, come da miliardi di anni. Il che ridimensiona ben bene tutto. Come è giusto che sia.

Categories: Blog, Natale, Personalità | 3 commenti

File alla cassa.

Fra tutti i fenomeni osservabili, sbirciare le spese altrui al supermercato è quello che mi piace maggiormente. Anche perché è una cosa interattiva, nel senso che osservi, ma vieni anche osservato attentamente da chi ti precede e da chi ti segue. Io credo che, però, da una spesa si possano capire un sacco di cose della persona che la mette insieme. Addirittura potrei azzardare delle categorie. I lavoratori dei cantieri, tipo muratori, carpentieri (insomma, quelli che lavorano all’aperto) fanno un acquisto standard: forma di pane da un chilo, un chilo di salumi e il Peroni da 0,66. E’ come la formula di Art Attack per preparare la colla vinilica e indurire la carta di giornale: processo standard, ingredienti standard. Quella, forse è una questione di praticità, nel senso che imbottire un panino e stappare una bottiglia di birra non richiede un grosso dispendio di energie e di utensili. Viene poi la categoria “signore anziane”. Quella mi ricorda un po’ la famosa scena de “Il ciclone” di Leonardo Pieraccioni, nella quale il proprietario del negozio di alimentari sapeva già a memoria che cosa avrebbe comprato il Maestro Natali per il nipote. Rimaneva, come rimane a me ogni santa volta, che cosa ci facciano (simbolicamente parlando) ogni santo giorno quelle signore con un tubetto di pasta di acciughe (sempre simbolico). Cioè: comprare tutti giorni lo stesso oggetto non consumabile in poco tempo. La terza categoria è quella delle madri di famiglia lavoratrici: si sprecano i surgelati e i dolciumi (anche perché spesso, di pomeriggio, le pesti adorate sono attaccate alle tasche del cappotto a piangere e sputare addosso agli altri clienti per avere le caramelle delle Bratz o il toblerone di Ben Ten, carie allo stato puro). Madri di famiglia casalinghe prediligono quantità industriali di verdure crude: disboscano un orto e credo preparino minestroni da consumarsi preferibilmente entro la fine del mondo. Poi vengo io: l’altro giorno volevo fare un dolce e sono sceso a prendere gli ingredienti. Ma per soddisfare la mia golosità, mi sono comprato un pacchetto di patatine San Carlo, le classiche. Se andate al supermercato, fate caso alle confezioni piccole che sono attualmente in vendita. Vi basti sapere che sono arrivato alla cassa con un pacchetto bianco e fuxia, sul quale c’era una Barbie principessa che ballava col principe (che non era una patatina). E c’era tipo scritto una roba sul fatto che una principessa come me dovesse avere le migliori patatine (o forse ricordo male). Ma la domanda che tutti si pongono e che nessuno fa è un’altra: quella davanti a me, che cosa avrà pensato? Sono cose che non voglio sapere.

Categories: Cibo, Consumi, Personalità | 3 commenti

Buon Natale!

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Dopo ore e ore, ma cosa dico ore? Minuti di progettazione, eccolo finalmente! Vi piace? Questo é il mio alberello e ve lo posto come fosse il mio primo augurio di Buon Natale! A tutti e di cuore,davvero. Vecchi e nuovi, sfiduciati e convinti, innamorati o meno, spero voi tutti troviate giorno per giorno quello che vi fa star bene e ve lo godiate a pieno!

Categories: Civilità, Natale, rapporti umani | Lascia un commento

E se ti dicessi che non sono come gli altri?

Quante volte vi hanno detto che mentivate ed eravate sinceri? Quante volte vi scambiano per ciò che non siete?

Categories: Coraggio, musica, Personalità, Uncategorized | 1 commento

Baba O’Riley.

Ultimamente mi spreco in omaggi musicali, ma credo che ne valga la pena. A proposito, questa canzone (che molti di noi conoscono a vario titolo) compie 40 anni. E se li porta davvero bene! Pubblicata il 4 Novembre del 1971, continua ad essere fonte di ispirazione per chi fa rock and roll in tutti i paesi del mondo.

Categories: Miti, musica, Racconti | 1 commento

Dicembre (ode alla normalità).

Non so se avete presente Luther Vandross. Soprattutto se avete presente la sua voce. C’entra poco, ma a me personalmente riconcilia con il mondo intero. Dicembre è arrivato, finisce un anno, si va al nuovo. Come ebbi modo di scrivere qualche giorno fa, è tempo di bilanci per tutti. MI sbilancio un po’. E’ stato un anno per me davvero intenso, difficile, lungo. Pieno di prove, riprove, responsabilità, nuovi amici, amori sfumati, persone incontrate. Oggi ho letto una cosa scritta da un’amica, che pressapoco dice che ci sono due modi per vivere il mese di Dicembre (in quanto mese di bilanci consuntivi): o lo ami, perché ne percepisci l’atmosfera positiva, o lo odi, perché la linea di somma che tracci denuncia un anno andato male (o andato a male). Il che, forse, è più un’amara riflessione sul sentirsi soli in un periodo dell’anno nel quale ci piacerebbe essere in mezzo a persone che ci amano e per le quali proviamo amore. Non voglio trasformare il mio pensiero in una riflessione politico-retorica sul significato standardizzato/massificato delle feste natalizie. Il Natale è una tradizione e come tutte le tradizioni ha una sorta di codice di procedura, però è maggiormente legato all’emotività. Tutti sentiamo la necessità di circondarci degli affetti più cari, che poi non lo facciamo per una sorta di repulsione aprioristica dei cliché (che in realtà non sono affatto dei cliché) è un altro paio di maniche. Spesso il Natale non significa averli là, cotti e mangiati, quegli amori o quegli affetti. Io vedo lo Spirito del Natale come una sorta di guida. Una luce che ci aiuti a cercare in quel poco, che ci sembra niente, ma che la vita ci regala ogni giorno, la vera essenza della serenità. Vero è che, quando si cresce e si diventa adulti, Natale felice sembra sempre coincidere con Natale in coppia. Ecco, questo è un cliché, che può generare insofferenza. Io, personalmente, vivrò questo Natale cercando di ritrovare parte delle cose che avevo lasciato indietro nel 2011, perché preso da cose più importanti (a volte solo apparentemente). Cercherò di ricostruire una storia di me in mezzo a tanti volti, a tanti profumi, a tante storie che non mi appartengono e che mi hanno segnato. E cercherò di godermi quel che ho e quel che questo mese di bilanci mi sta regalando, in ogni forma. Credo possa essere un buon modo per finire un movimento e cominciarne un altro.

Categories: Amicizia, Amore, Natale | 4 commenti

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